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MOLTEPLICITA’ E COMPLESSITA’… TRAME SOTTILI…

Giancarlo De Carlo 

                                                                                                                                 Martina Zappettini

Adriana Picollo

 

….Mi  piacerebbe muovermi nei nostri discorsi senza linea prestabilita, avanti e indietro e di lato; perché questo corrisponde al modo in cui penso, e anche progetto.(1)

 

Le parole di Giancarlo De Carlo mettono in luce il suo modo di essere nella vita e quindi nell’architettura.

Il suo pensare e fare architettura è naturalmente e consapevolmente conseguente al suo modo di essere, un essere e sentirsi ‘in viaggio’ nel mondo, esteriore ed interiore.  La sua percorrenza è ‘tentativa’, pronta per necessità a cambiar direzione, ad attraversare e cercare in ogni contesto la molteplicità e la complessità, ricchezza sostanziale e determinante all’essenza qualitativa di un processo progettuale.

De Carlo affronta i temi progettuali iniziando il percorso con ricchezza d’immaginazione, che non è solo individuale, ma anche fondata su di un substrato collettivo, che per sua natura è inevitabilmente complesso e ricco, quello sperimentato in città ‘stratificamente’ compenetrate, come Genova, città natale, Tunisi, città paterna, o più generalmente la città araba. L’architetto è comparabile ad un comandante di nave che affronta un percorso non lineare, chenon blocca il timone su quella direzione, non lo tiene fermo. Lo muove invece continuamente […] Tutti i processi di vita sono naturalmente come quelli della nave di cui sto dicendo. Seguono traiettorie che esitano, si aggiustano, tornano indietro, ripartono in avanti, si sovrappongono, si avvolgono e si risciolgono. Si muovono sotto la spinta di una continua tensione sperimentale, che è decisiva perché consente il progressivo affinamento…" (2)

In luce è quindi il percorso, complesso nella sua multidirezionalità. Il percorso, quale ragione profonda di ogni agire e quindi fondamento della progettazione qualitativa. Il percorso, che non solo passa attraverso i processi mentali,  ma anche tramite lo scambio vivo, tra il sé ed i luoghi, tra le persone, le percezioni, i  tempi, gli elementi vitali. Il percorso che entra con ‘progressivo affinamento’ nel vivo delle cose e quindi dell’architettura nel suo complesso esistere e farsi.

Tale approccio comporta un rischiare, un andare dentro per andare oltre, spazi e tempi non previsti ma naturalmente necessari: ed ecco che il vivere esperienze anche leggere e ludiche, in modo consapevolmente aperto insieme a persone di spessore umano e culturale quali Italo Calvino, Elio Vittorini,  Gianluigi Einaudi, per citarne alcuni, assume un significato profondo e conseguentemente intellettuale, che si traduce in opere significative di visione urbana complessa (“Le città invisibili” di Italo Calvino, “Le città del mondo” di Elio Vittorini , il progetto dell’Università di Urbino di Giancarlo De Carlo).

Significativa è una sua lettera inviata ad un’allieva in cui, tra l’altro, parla a proposito delle sue vacanze a Fiumaretta:

 

|…..| “ )seduti sul muretto davanti al Sans facon cominciavamo a dire di quello che in quel periodo ci occupava e il nostro discorrere finiva sempre col cadere sulle città. Elio stava pensando alle “Città del mondo”, Italo alle “Città invisibili”, io ai miei progetti urbinati; ma nessuno di noi poteva essere preciso, e per questo il nostro parlare precario, tentativo, ci stimolava e apriva orizzonti che non sospettavamo. Ho un ricordo profondo di quegli scambi che avvenivano come senza parere perché hanno di certo contribuito a aprirmi la mente al di là dell’architettura. (ma, dopo tutto, dentro il suo vero centro)…” (3)

 

 

 

Da tali intensi e diversificati scambi intellettuali prendono vita situazioni spaziali riccamente contaminate tra loro: le trame sottili del Blue Moon a Venezia, della Torre di Siena, delle porte di S. Marino, appaiono appartenere alla città di Ersilia narrata da Italo Calvino, così come il colore narrativo e la corposità sensoriale dei luoghi urbani della Sicilia, descritti da Elio Vittorini, sembrano riflettersi nella materia ricca e densa di contrasti di cui è composta la centrale di Catania.

Nel panorama architettonico attuale invece si percepisce un certo timore di mescolare non solo i diversi e specifici ambiti culturali e disciplinari, ma, più generalmente, vita, vitalità e intelletto, cultura e leggerezza, tanto da preferire prudentemente l’inserimento delle attività umane in compartimenti stagni.

Chi parla, o chi ammette oggi di parlare di città con naturalezza con gli amici seduto sul muretto

anzichè nei luoghi ‘deputati’? Chi trae da ciò viva materia per il proprio lavoro?

 

 

Per De Carlo anche nel percorso didattico la comunicazione con gli studenti e con i colleghi era sempre alla base del lavoro, come ad esempio presso la Scuola di Architettura di Venezia, quando con Gardella, Zevi, Piccinato, Astengo, Samonà, ciò avveniva anche ‘passeggiando per le calli fino a tarda notte’;

e ancora, durante gli incontri del Team X, che si traducevano in discussioni aperte, autentiche: le differenze e i contrasti  diventavano stimolo di confronto, motivo d’interesse, a differenza di quanto succede ai giorni nostri, quando le divergenze ‘sono diventate motivo di silenzio’ o, peggio, di chiasso.

Queste infatti già da tempo vengono evitate preferendo comodi libretti d’istruzione da applicare indifferentemente in ogni campo, dal micro al macro, dalla brugola alla città, la cui multidimensionalità viene così appiattita e impoverita sulla carta tanto da renderla magicamente invisibile e così con essa spariscono i temi di dibattito.

Dalla ricchezza di scambi e discussioni tra De Carlo e Samonà nasce invece il Piano Programma di Palermo (1979-1982), ove qualunque volontà di facile e usuale schematizzazione della realtà urbana e territoriale viene superata dalla morfologia, quale chiave di lettura di ampio respiro. Su questa traccia le forme spaziali ai vari livelli di scala determinano la loro naturale vocazione delle destinazioni e non viceversa.

Anche Tortuosità e complessità sono matrici della natura urbana e sperimentale metodo di lavoro, un lavoro che non procede per punti, seguendo le vie più semplici, ma per ‘tensioni vettoriali’.

In questo iter non esiste un preciso confine tra singolo episodio progettuale e tessuto connettivo: di quest’ultimo la pulsante densità processuale suggerisce l’evoluzione formale del singolo elemento, la cui realtà, a sua volta, si inserisce nell’ordito, determinandone la trama.

Ed ecco la “continua rotazione del cannocchiale”, in forza della quale i singoli progetti, liberi da qualunque stile o comunque da linguaggi cristallizzati, diventano contestuali; la geometria compositiva non ha come fine lo stilizzarne la complessità, bensì concorre alla sua lettura, entra nella sua specificità, la porta in luce come fosse strumento di accordo tra suoni già esistenti e vivi.

Tale orientamento si verifica ad esempio anche nel lungo e ricco operare a Urbino, quando i rapporti sottili presenti sul territorio diventano ‘metodo’ nell’affrontare gli elementi tematici progettuali, tanto da potersi considerare quali fili vivi in un sistema di connessioni significativo: l’obiettivo è operare all’interno di una ‘vibrazione’ urbana complessiva e fare in modo che, mediante un sistema di segni, di tracce, diventi riconoscibile e comprensibile, se pur a diversi livelli. A tal fine l’azione è  su molteplici piani, spaziali, materiali, formali e non, come gli usi, i movimenti, i gradi vitali, i rapporti di scala, le percezioni, i passaggi, gli scarti. In questa direzione si sviluppano anche le esperienze urbane dei laboratori dell’ILAUD (Laboratorio Internazionale di Architettura e Urbanistica) dove un approccio flessibile -sperimentale basato sulla comunicazione, sull’osservazione partecipata, sulla diretta partecipazione, porta alla conseguente produzione di trame progettuali in fieri complesse e sottili.

In termini di pianificazione ne sono un esempio anche gli studi di riqualificazione di alcuni quartieri storici sul porto di Genova, come il quartiere di Prè e l’area Caricamento,  frutto di continua partecipazione degli studenti della Facoltà di Architettura, dei portuali, degli amministratori comunali, dei cittadini in occasione delle mostre dei progetti.

Il tema della partecipazione è sempre un fattore significativo nell’approccio progettuale di Giancarlo De Carlo, da contestualizzarsi in uno specifico clima politico di qualche decina di anni fa, ma sempre elemento vitale, da rinnovare in un auspicato  vivo dibattito attuale sulla città.  Tale argomento oggi riappare invece in modo episodico, in alcune pubblicazione e iniziative, oppure in termini decisamente più ristretti quale prerogativa di ambiti di tendenza ancora isolati, volutamente o meno, come quello ad esempio dell’abitare ecosotenibile.

Nella percorrenza progettuale di De Carlo in realtà la partecipazione va oltre il fattore umano-sociale-politico e s’inserisce a più livelli:  le attività nuove del momento, le nuove tecnologie, sono accolte insieme agli elementi già stratificati nel tempo e nel tessuto urbano, quali input in un’ampia prospettiva progettuale.

Un esempio è il complesso abitativo di Mazzorbo a Venezia: qui la diversità di nuovi segnali è immessa all’interno di una progettualità ove contemporanee composizioni si mescolano ad elementi tradizionali quali le tessiture cromatiche, ancora decise da chi vi abita e condivise da un collettivo più ampio, così da assumere significato spaziale e risonante ad un livello ancora maggiore. Emblematico esempio è il progetto della Torre di Siena la cui articolazione si compone e si arricchisce dell’immaterialità di nuove realtà tecnologiche al fine dell’osservazione sulla città: trattasi di un aspetto quanto mai attuale e d’interesse finalizzato ad una progettualità contemporanea che deve fare i conti con una sempre più complessa e inevitabile molteplicità-diversità

In questo senso la vicenda di Spazio & Società, è stata netta anticipatrice, quale unico sguardo italiano sulle diversità, la sola rivista italiana ad occuparsi già negli  anni ’70  di ciò che accadeva nei paesi del cosiddetto terzo mondo, ove ancora si poteva guardare un’architettura candidamente legata ai luoghi e alle società.

In estrema sintesi è possibile individuare:diversità-complessità quale stimolo iniziale e fattore causale, progettazione tentativa e molteplicità quale trama sottile di crescita, complessità-diversità quale esito ultimo.

E così il risultato finale non può che essere il prodotto di un aggregato di fattori in divenire lungo una percorrenza specifica, non unicamente predefinita ma recante traccia di ulteriori diramazioni, tentate anche fino all’estremo, terreno di possibili occasioni per ulteriori cambiamenti o sviluppi.

Si individua chiaramente come il passaggio dai processi lineari a quelli complessi sia dunque lo scatto culturale auspicato da De Carlo e tutt’ora da auspicare nella progettualità urbano-architettonica.

 

 

 

(1)    da “Conversazioni con Giancarlo de Carlo”,.F.Buncuga

(2)    da “Conversazioni con Giancarlo de Carlo”, F.Buncuga

(3)    dalla lettera scritta da Giancarlo De Carlo a Clelia Tuscano

 

pubblicazioni

 

MOLTEPLICITA’ E COMPLESSITA’… TRAME SOTTILI…

Giancarlo De Carlo 

                                                                                                                                 Martina Zappettini

Adriana Picollo

 

….Mi  piacerebbe muovermi nei nostri discorsi senza linea prestabilita, avanti e indietro e di lato; perché questo corrisponde al modo in cui penso, e anche progetto.(1)

 

Le parole di Giancarlo De Carlo mettono in luce il suo modo di essere nella vita e quindi nell’architettura.

Il suo pensare e fare architettura è naturalmente e consapevolmente conseguente al suo modo di essere, un essere e sentirsi ‘in viaggio’ nel mondo, esteriore ed interiore.  La sua percorrenza è ‘tentativa’, pronta per necessità a cambiar direzione, ad attraversare e cercare in ogni contesto la molteplicità e la complessità, ricchezza sostanziale e determinante all’essenza qualitativa di un processo progettuale.

De Carlo affronta i temi progettuali iniziando il percorso con ricchezza d’immaginazione, che non è solo individuale, ma anche fondata su di un substrato collettivo, che per sua natura è inevitabilmente complesso e ricco, quello sperimentato in città ‘stratificamente’ compenetrate, come Genova, città natale, Tunisi, città paterna, o più generalmente la città araba. L’architetto è comparabile ad un comandante di nave che affronta un percorso non lineare, chenon blocca il timone su quella direzione, non lo tiene fermo. Lo muove invece continuamente […] Tutti i processi di vita sono naturalmente come quelli della nave di cui sto dicendo. Seguono traiettorie che esitano, si aggiustano, tornano indietro, ripartono in avanti, si sovrappongono, si avvolgono e si risciolgono. Si muovono sotto la spinta di una continua tensione sperimentale, che è decisiva perché consente il progressivo affinamento…" (2)

In luce è quindi il percorso, complesso nella sua multidirezionalità. Il percorso, quale ragione profonda di ogni agire e quindi fondamento della progettazione qualitativa. Il percorso, che non solo passa attraverso i processi mentali,  ma anche tramite lo scambio vivo, tra il sé ed i luoghi, tra le persone, le percezioni, i  tempi, gli elementi vitali. Il percorso che entra con ‘progressivo affinamento’ nel vivo delle cose e quindi dell’architettura nel suo complesso esistere e farsi.

Tale approccio comporta un rischiare, un andare dentro per andare oltre, spazi e tempi non previsti ma naturalmente necessari: ed ecco che il vivere esperienze anche leggere e ludiche, in modo consapevolmente aperto insieme a persone di spessore umano e culturale quali Italo Calvino, Elio Vittorini,  Gianluigi Einaudi, per citarne alcuni, assume un significato profondo e conseguentemente intellettuale, che si traduce in opere significative di visione urbana complessa (“Le città invisibili” di Italo Calvino, “Le città del mondo” di Elio Vittorini , il progetto dell’Università di Urbino di Giancarlo De Carlo).

Significativa è una sua lettera inviata ad un’allieva in cui, tra l’altro, parla a proposito delle sue vacanze a Fiumaretta:

 

|…..| “ )seduti sul muretto davanti al Sans facon cominciavamo a dire di quello che in quel periodo ci occupava e il nostro discorrere finiva sempre col cadere sulle città. Elio stava pensando alle “Città del mondo”, Italo alle “Città invisibili”, io ai miei progetti urbinati; ma nessuno di noi poteva essere preciso, e per questo il nostro parlare precario, tentativo, ci stimolava e apriva orizzonti che non sospettavamo. Ho un ricordo profondo di quegli scambi che avvenivano come senza parere perché hanno di certo contribuito a aprirmi la mente al di là dell’architettura. (ma, dopo tutto, dentro il suo vero centro)…” (3)

 
 
 

Da tali intensi e diversificati scambi intellettuali prendono vita situazioni spaziali riccamente contaminate tra loro: le trame sottili del Blue Moon a Venezia, della Torre di Siena, delle porte di S. Marino, appaiono appartenere alla città di Ersilia narrata da Italo Calvino, così come il colore narrativo e la corposità sensoriale dei luoghi urbani della Sicilia, descritti da Elio Vittorini, sembrano riflettersi nella materia ricca e densa di contrasti di cui è composta la centrale di Catania.

Nel panorama architettonico attuale invece si percepisce un certo timore di mescolare non solo i diversi e specifici ambiti culturali e disciplinari, ma, più generalmente, vita, vitalità e intelletto, cultura e leggerezza, tanto da preferire prudentemente l’inserimento delle attività umane in compartimenti stagni.

Chi parla, o chi ammette oggi di parlare di città con naturalezza con gli amici seduto sul muretto

anzichè nei luoghi ‘deputati’? Chi trae da ciò viva materia per il proprio lavoro?

 

 

Per De Carlo anche nel percorso didattico la comunicazione con gli studenti e con i colleghi era sempre alla base del lavoro, come ad esempio presso la Scuola di Architettura di Venezia, quando con Gardella, Zevi, Piccinato, Astengo, Samonà, ciò avveniva anche ‘passeggiando per le calli fino a tarda notte’;

e ancora, durante gli incontri del Team X, che si traducevano in discussioni aperte, autentiche: le differenze e i contrasti  diventavano stimolo di confronto, motivo d’interesse, a differenza di quanto succede ai giorni nostri, quando le divergenze ‘sono diventate motivo di silenzio’ o, peggio, di chiasso.

Queste infatti già da tempo vengono evitate preferendo comodi libretti d’istruzione da applicare indifferentemente in ogni campo, dal micro al macro, dalla brugola alla città, la cui multidimensionalità viene così appiattita e impoverita sulla carta tanto da renderla magicamente invisibile e così con essa spariscono i temi di dibattito.

Dalla ricchezza di scambi e discussioni tra De Carlo e Samonà nasce invece il Piano Programma di Palermo (1979-1982), ove qualunque volontà di facile e usuale schematizzazione della realtà urbana e territoriale viene superata dalla morfologia, quale chiave di lettura di ampio respiro. Su questa traccia le forme spaziali ai vari livelli di scala determinano la loro naturale vocazione delle destinazioni e non viceversa.

Anche Tortuosità e complessità sono matrici della natura urbana e sperimentale metodo di lavoro, un lavoro che non procede per punti, seguendo le vie più semplici, ma per ‘tensioni vettoriali’.

In questo iter non esiste un preciso confine tra singolo episodio progettuale e tessuto connettivo: di quest’ultimo la pulsante densità processuale suggerisce l’evoluzione formale del singolo elemento, la cui realtà, a sua volta, si inserisce nell’ordito, determinandone la trama.

Ed ecco la “continua rotazione del cannocchiale”, in forza della quale i singoli progetti, liberi da qualunque stile o comunque da linguaggi cristallizzati, diventano contestuali; la geometria compositiva non ha come fine lo stilizzarne la complessità, bensì concorre alla sua lettura, entra nella sua specificità, la porta in luce come fosse strumento di accordo tra suoni già esistenti e vivi.

Tale orientamento si verifica ad esempio anche nel lungo e ricco operare a Urbino, quando i rapporti sottili presenti sul territorio diventano ‘metodo’ nell’affrontare gli elementi tematici progettuali, tanto da potersi considerare quali fili vivi in un sistema di connessioni significativo: l’obiettivo è operare all’interno di una ‘vibrazione’ urbana complessiva e fare in modo che, mediante un sistema di segni, di tracce, diventi riconoscibile e comprensibile, se pur a diversi livelli. A tal fine l’azione è  su molteplici piani, spaziali, materiali, formali e non, come gli usi, i movimenti, i gradi vitali, i rapporti di scala, le percezioni, i passaggi, gli scarti. In questa direzione si sviluppano anche le esperienze urbane dei laboratori dell’ILAUD (Laboratorio Internazionale di Architettura e Urbanistica) dove un approccio flessibile -sperimentale basato sulla comunicazione, sull’osservazione partecipata, sulla diretta partecipazione, porta alla conseguente produzione di trame progettuali in fieri complesse e sottili.

In termini di pianificazione ne sono un esempio anche gli studi di riqualificazione di alcuni quartieri storici sul porto di Genova, come il quartiere di Prè e l’area Caricamento,  frutto di continua partecipazione degli studenti della Facoltà di Architettura, dei portuali, degli amministratori comunali, dei cittadini in occasione delle mostre dei progetti.

Il tema della partecipazione è sempre un fattore significativo nell’approccio progettuale di Giancarlo De Carlo, da contestualizzarsi in uno specifico clima politico di qualche decina di anni fa, ma sempre elemento vitale, da rinnovare in un auspicato  vivo dibattito attuale sulla città.  Tale argomento oggi riappare invece in modo episodico, in alcune pubblicazione e iniziative, oppure in termini decisamente più ristretti quale prerogativa di ambiti di tendenza ancora isolati, volutamente o meno, come quello ad esempio dell’abitare ecosotenibile.

Nella percorrenza progettuale di De Carlo in realtà la partecipazione va oltre il fattore umano-sociale-politico e s’inserisce a più livelli:  le attività nuove del momento, le nuove tecnologie, sono accolte insieme agli elementi già stratificati nel tempo e nel tessuto urbano, quali input in un’ampia prospettiva progettuale.

Un esempio è il complesso abitativo di Mazzorbo a Venezia: qui la diversità di nuovi segnali è immessa all’interno di una progettualità ove contemporanee composizioni si mescolano ad elementi tradizionali quali le tessiture cromatiche, ancora decise da chi vi abita e condivise da un collettivo più ampio, così da assumere significato spaziale e risonante ad un livello ancora maggiore. Emblematico esempio è il progetto della Torre di Siena la cui articolazione si compone e si arricchisce dell’immaterialità di nuove realtà tecnologiche al fine dell’osservazione sulla città: trattasi di un aspetto quanto mai attuale e d’interesse finalizzato ad una progettualità contemporanea che deve fare i conti con una sempre più complessa e inevitabile molteplicità-diversità

In questo senso la vicenda di Spazio & Società, è stata netta anticipatrice, quale unico sguardo italiano sulle diversità, la sola rivista italiana ad occuparsi già negli  anni ’70  di ciò che accadeva nei paesi del cosiddetto terzo mondo, ove ancora si poteva guardare un’architettura candidamente legata ai luoghi e alle società.

In estrema sintesi è possibile individuare:diversità-complessità quale stimolo iniziale e fattore causale, progettazione tentativa e molteplicità quale trama sottile di crescita, complessità-diversità quale esito ultimo.

E così il risultato finale non può che essere il prodotto di un aggregato di fattori in divenire lungo una percorrenza specifica, non unicamente predefinita ma recante traccia di ulteriori diramazioni, tentate anche fino all’estremo, terreno di possibili occasioni per ulteriori cambiamenti o sviluppi.

Si individua chiaramente come il passaggio dai processi lineari a quelli complessi sia dunque lo scatto culturale auspicato da De Carlo e tutt’ora da auspicare nella progettualità urbano-architettonica.

 

 

 

(1)    da “Conversazioni con Giancarlo de Carlo”,.F.Buncuga

(2)    da “Conversazioni con Giancarlo de Carlo”, F.Buncuga

(3)    dalla lettera scritta da Giancarlo De Carlo a Clelia Tuscano